Monday, May 10, 2010

Marea nera che purifica | Black Rebel Motorcycle Club ai Magazzini Generali (Milano) il 7 Maggio 2010




















Se chiudo gli occhi vedo nero. Se chiudo gli occhi ci vedo più chiaro.

Se ascolto nero mi sento meglio, inseguendo una sottile scia di rumore bianco.

Notte/feedback.

Non c’è molto da dire se a parlare sono i muri. Muri alti come i forni di acciaierie riaccese dopo decenni per fondere i cuori. Si naviga a svista, ogni passo un colpo di grande cassa, intorno a me tante anime. Anche voi qui a mangiare la polvere della Death Valley? Ne deve essere rimasto qualche granello sulla pelle di quella grande cassa. Ho fame.

Ribelle 1, la sua sagoma è disegnata da un potente fascio di luce bianco alle sue spalle. Ribelle 1 possiede quattro corde di ferro con le quali ci tiene i polsi legati. Non c’è modo di liberarsi. Comanda le sue funi con una chiave in cima a un ponte, roteandola cambia la qualità degli elettroni nell’aria. Ad ogni giro è come se un cacciavite svitasse la vite che tiene assieme il mio cervello alla colonna vertebrale. Mi permette finalmente di non disporre di me stesso. Ribelle 2 invece non ha pretese di controllo. E’ equal-ocalizzato ad un livello più alto e ha il compito di far vibrare e disperdere nella stanza, come sciami di api ubriache, quei palloncini gonfiati oramai completamente staccati dalla loro sede spinale d’origine. Dallo scontro continuo si genera energia. Non rimane che Ribelle 3, al centro, a dettare il ritmo delle operazioni, a serializzare la carneficina del Contemporaneo.

Il nero come somma dei colori tutti.

Tuesday, April 6, 2010

Omaggio a ... Fefè | ''Fellini. Dall'Italia alla Luna'' @ MAMbo Bologna

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"Maestro mi dica, come la devo chiamare?"
"Chiamami Fefè"


Tra gli innumerevoli aneddoti raccontati da Sergio Rubini sabato scorso 27 marzo 2010 al MAMbo di Bologna c'è questo, ovvero l'appellativo che "Il Faro" (questa volta il vero soprannome di Fellini tra gli addetti ai lavori, sempre citando Rubini) aveva scherzosamente richiesto, per se stesso, all'allora attore esordiente pugliese.

Rubini, ospite del MAMbo in occasione della riuscita Mostra su Fellini, è un fiume in piena. La sua esperienza per "L'Intervista", capolavoro metacinematografico del Faro, le abbuffate "alli Castelli" con la solita bad-company (Fellini, Mastroianni, Panelli, etc...), la Sera dello Smemoramento e tanto altro.

Ma andiamo con ordine. L'esposizione si dimostra subito godibile, soprattutto per i tanti parallelismi tra l'opera di Fellini e il "suo" tempo. Mi sorprendo a perdermi di continuo tra gli articoli di costume dell'epoca. Incontro quindi, orde di giovani che escono dai locali improvvisando balli torridi per le vie del centro di Roma in piena notte, spalanco gli occhi di fronte ai continui spogliarelli improvvisati dalle tante aspiranti starlette di cinecittà, sorrido ironico per le staffilate benpensanti della stampa dell'epoca.

Vedere Fellini attraverso la sua soggettiva. La mostra ritorna spesso su questo fil rouge attraverso gli articoli di costume e di cronaca da cui il Faro traeva ispirazione ma non solo, anche tramite le tante facce e storie delle persone che avrebbero fatto di tutto pur di recitare o semplicemente partecipare ad un suo set. Da qui, valanghe di lettere con foto e testi giustamente improbabili.

Mentre scopro la passione di Fellini, ante-ghezziana, per il fuory-sinc mi vedo passare davanti ad uno schermo la sagoma di Rubini che scorre veloce effettuando un sopralluogo di rappresentanza della mostra. Una voce poco dopo annuncia la sua conferenza al piano sotterraneo.

Non c'è bisogno nemmeno di fargli le domande, il regista de "La Terra" trasuda Fellini da tutti i pori. Ci racconta come capiti spesso di parlare del Maestro tra persone che hanno avuto la fortuna di lavorare con lui e di scoprire di avere tutti quanti dei ricordi diversi, quasi sempre contrastanti, memorie che disegnano un quadro psicologico veramente bizzarro. "Non semplicemente un bugiardo, ma un infaticabile costruttore di realtà parallele".

Fellini faceva cinema vivendo, quello che andava sullo schermo era solo una deriva del suo quotidiano lavorìo immaginativo. Fellini a Rubini (che è stato appena scelto per interpretare Fellini da giovane per "L'Intervista"): "Di che segno sei Sergio?, "Sagittario", e poco dopo, sempre Fellini, di fronte al produttore del film, "Carissimo ti presento Sergio, capricorno come me!".

"Quando il Maestro ha scelto Benigni e non me per La Voce della Luna ci sono rimasto veramente male, non solo per la mancata occasione lavorativa, ma anche e soprattutto per non poter far parte ancora una volta di un gruppo. Di quel gruppo." Attorno a Fellini, com'è noto, vigeva il regime dittatoriale della goliardìa. Ma non solo: "Fellini era uno che insegnava col gioco e con l'esperienza, mai con le lezioni e i consigli impartiti dalla cattedra di un maestro. Se vuoi fare un lavoro in cui vuoi dire la tua su quello che ti sta attorno, non puoi dormire fino a tardi. Questo Fellini non te lo insegnava dicendotelo ma semplicemente chiamandoti tutte le mattine alle 6 e mezza senza farti pesare il fatto che tu fossi palesemente ancora a letto. Inizialmente fu dura, passavo le serate con Margherita (Buy) per allenare la voce, per sembrare sveglio. Poi capii."

E poi al ristorante al Fico e al Fico Nuovo intorno a Roma, dove Fellini e la sua ciurma amava ritirarsi le sere d'estate a cenare e a ..."fare il teatro". Cos'era il teatro? Semplice, Mastroianni si nascondeva dietro una porta ad arco molto ampia dalla quale entrava in scena Panelli con un giornale sottobraccio pronto a sedersi su di una sedia al centro della sala gridando "Stitichezza!" (il titolo della scenetta). Dopodichè da dietro si udiva Mastroianni fare dell'iper-realistico sound-design per i problemi intestinali di Panelli.

Meraviglioso anche l'aneddoto del parcheggiatore del Fico Nuovo, un omone un po' spostato opportunamente addestrato da Fellini che ogni volta che si recava al ristorante con qualche ospite nuovo chiedeva a gran voce al posteggiatore: "Che film faccio io? digli un po' che film faccio io?" e lui gridando scompostamente: "Privi di contenuti sociali, dottore, privi di contenuti sociali".

"Fellini. Dall'Italia alla Luna." al Museo d'Arte Moderna di Bologna fino al 25 Luglio 2010.

Tuesday, March 2, 2010

Amore Insuperabile | La bocca del lupo di Pietro Marcello

"Non si è vista nemmeno un po' Genova". Così, con il cuore ancora crepato, sento bisbigliare, dietro di me, al termine della proiezione.

Lo sguardo di Pietro Marcello su Genova è uno slittamento continuo in almeno tre direzioni. Quella spaziale, un'inquadratura fissa con un nave che placida, appunto, slitta dentro il campo e poi esce, altre volte sarà un treno che penetra come il burro il ventre molle della città, altre ancora una gru con il suo lavorìo inanimato. Oggetti meccanici tracciano linee apparentemente razionali e perfette, intorno ad essi, appena visibili, uomini, anzi ombre umane imprecisate che vagano senza meta in un acqueo girone dantesco.

La poetica di Marcello slitta di continuo anche nel tempo. Le meravigliose immagini d'archivio sapientemente intrecciate al girato creano un merletto d'immagini che di fatto circonda e mette in risalto una scena centrale che entra di diritto nella storia del cinema italiano. Quasi un unico piano sequenza capace di condensare dentro di esso tutta la portata rivoluzionaria della tenerezza più spietata, e di far slittare ancora una volta lo sguardo, questa volta, dal metafisico al fisico. Super-fisico direi, vista la presenza scenica di Enzo, debordante protagonista, che a prima vista (in locandina soprattutto) rischiamo di confondere col personaggio cult di un "Insuperabile" spot televisivo di parecchi anni fa. Al diamante centrale, dicevamo, ci si arriva per gradi, lentamente, elegantemente. Non è un caso infatti che il film abbia vinto premi prestigiosi come il miglior film all'ultimo Torino Film Festival e il miglior documentario a Berlino.

Marcello si preoccupa di filmare l'invisibile e, a giudicare dalle reazioni di chi stava dietro di me, ci riesce con successo.

Wednesday, February 24, 2010

Il paese puzza dalla coda

Continuiamo a dirla contro ai politici ma il problema è contrario. Siamo noi che produciamo i politici. Siamo noi i miseri non loro. Come quando uno ha un buco nel tetto e bestemmia contro il...governo ladro.

La questione è riparare il tetto. "Fix-the-hole".

Guardiamo cosa succede ogni giorno (ieri la faccenda di fastweb veramente clamorosa). La corruzione, il malaffare, la mafina, la mafietta, la mafiona, lo sgamo, il nepotismo, l'anarchia senza etica sono il mattone fondante di ogni cosa in "sto paese qui" (come direbbe bersani). Ti basta arrivare un semplice gradino sopra l'ultimo per rendertene conto. E' accaduto anche al sottoscritto in passato. Mi capitò infatti (inspiegabilmente), di acquisire un briciolo di potere in più, forse mezzo briciolo. Di lì a poco tutto cambiò. Partirono inviti a feste, regali imbarazzanti, falsi amici, falsi corteggiamenti, proposte indecenti, ipotesi di complotto.

Il p(a)esce signori miei puzza dalla coda. Non è destra/sinistra purtroppo, ma non è nemmeno politica/società civile. Il parassita è dentro di noi.

Per questo io ogni volta che vedo, leggo qualcosa e mi indigno per l'ennesima volta, sapete cosa faccio? Io chiedo scusa. Sì io stesso chiedo scusa per quello che capita e che incrocia la mia vita. Dico "ho capito, sto sbagliando, ti ringrazio per avermelo fatto capire, ho imparato la lezione e da domani sarò migliore". Oppure "grazie per il segnale che mi stai dando e scusami ancora."

Per cambiare il macrocosmo bisogna cambiare il micro e l'inizio di tutto è dentro di noi. Dentro siamo tutti collegati, anche Gasparri è semplicemente un'altra versione di voi stessi. Chiedete scusa per Bertolaso, imparate dalle nefandezze di Prosperini, gioite dei furti di Scaglia.
Provate anche voi, il mattino avrà un altro sapore.

Tuesday, February 16, 2010

Pruriti d'autore | Peter Gabriel - Scratch My Back

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Qualcuno ha mai studiato l'origine dei pruriti? Da dove e perchè vengono originati? Cosa vuole comunicarci il nostro corpo quando impone la sua presenza in maniera così subdola e pressante? Non c'è ragione, sono senza senso, a parte quello di darci un dolce e gradevolissimo sollievo dopo la ... grattatina. Il nuovo album di Peter Gabriel è una grattatina da camera. Il capriccio, la "voglia" di un artista enorme che probabilmente ha creato una nuova forma di interpretazione musicale.
Fatico a definire "cover" i brani che compongono "Scratch My Back". I brani originali, infatti, sono come portati a una sorta di grado zero dell'esistenza, un'immaterialità che scorre magnificamente in equilibrio tra il fastidio della melodia non confermata e il fascino mostruoso della sua metafisica. Ho per le orecchie un disco cubista. Un disco macabro e cubista, dove si aggirano gli spettri di magnifiche canzoni d'autore, omaggiate e mai-cantate da uno scompositore d'eccezione.

Futuro già classico | Underworld Vs The Misterons - Athens

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Scoperto per sbaglio (stavo cercando di capire che fine avesse fatto quel magnifico programma che era Il Terzo Anello) dal sito di Radio 3, Athens non è una novità, il disco è del novembre scorso ed è firmato dagli Underworld assieme a Darren Rice (collaboratore in studio di sempre del duo) e Steven Hall.
Come spesso capita, quando è un disco che ti viene a cercare, non è per caso. Da settimane ne sono ossessionato. Si tratta di una collezione di cover o meglio dis-cover, dove la scoperta è duplice: senza dubbio la sorpresa di trovare artisti così distanti dalla house-music-cassa-in-quattro che ha reso celebri i 'sottomondo', ma poi anche quell'approccio così 'free' che pervade tutto l'album. L'atmosfera è quella di una jam-session...siderale.
Il suono delle batterie, il riverbero-sala, i fruscii, sono in primo piano, gli artifici post-produttivi, sia pur presenti, assumono la dimensione di una materia fantasmatica che suona a priori. Spesso mi sono ritrovato a pensare, erroneamente, "beh sì questo basso c'è anche nell'originale".
La successione dei brani è quasi senza soluzione di continuità, la dimensione mantrica di molti dei brani permette all'ascoltatore di entrare letteralmente in un mondo parallelo. Entrarci in profondità. Senza accorgersi che si sta passando da un fricchettonissimo Soft Machine d'annata a uno 'stiloso' squarepusher. Il link si fa spirituale, invisibile, inaudibile a meno di cancellarci a nostra volta.
(info: http://www.underworld-misterons-athens.com/)

Tuesday, November 24, 2009

7-14-21-28 di RezzaMastrella. Numeri che contano.



Non c’è tempo, “su con la gamba che amor c’invita!” Incrocio una riga dei Tamburi della Notte (che profumatamente sgualciti mi accompagnano sul regionale) con quella ferrosa, duplice e rettilinea sulla quale scivolo verso Torino. Smanioso, decido di non sottrarmi alla “sottrazione che ci fa sparire”. La sottrazione nel caso di Antò (mi concedo la confidenza tipica del seguitore di nicchia, non me ne voglia il singolo lettore) è come sempre quella del significato. La sua sconfitta definitiva ci attende, in prima nazionale nel corroso e già preventivamente terremotato Teatro Astra. Giusto il tempo di fare l’incontro con alcuni venditori, dichiaratamente occasionali e illegali di strumenti di piacere intimo dai colori sgargianti e puff siamo dentro. Uno stimatissimo Ormezzano, poche file dietro di noi, ci osserva tra due enormi basette anarchiche.

Dentro al nuovo universo rezziano, compaiono in assolvenza, per prime, le tipiche opere che compongono gli Habitat di Flavia Mastrella. Mentre si materializzano ho davanti a me la brochure di presentazione dello spettacolo e tra i due non posso fare a meno di scorgere un’assonanza meravigliosamente orientaleggiante. Dopo quest’ultimo barlume di senso, è tempo di annullarsi ed entrare, senza filtro, nel labirinto infernale delle “situazioni” di Antò, da anni oramai considerato (da se stesso e non solo) il miglior performer morente. La nuova produzione è fresca, esilarante e supera in quanto a raffinatezza e complessità tutte le altre precedenti. Rezza è in forma smagliante, per circa due ore ci rigira come spettatori allo spiedo senza mai risultare provocatorio per contratto. Persino la blasfemia e l’imprecazione trovano qui una collocazione che le rende eleganti e in perfetta armonia con le successive civiltà numeriche a confronto. Si esce con le solite considerazioni e incredulità circa l’ingiusta collocazione “underground” del Nostro. Per fortuna i problemi ce li facciamo solo noi. Prossimamente (si spera prima che affondi definitivamente del fango dei maiali) in giro per tutto lo stivale. Info su http://www.rezzamastrella.com