Tuesday, November 24, 2009

7-14-21-28 di RezzaMastrella. Numeri che contano.



Non c’è tempo, “su con la gamba che amor c’invita!” Incrocio una riga dei Tamburi della Notte (che profumatamente sgualciti mi accompagnano sul regionale) con quella ferrosa, duplice e rettilinea sulla quale scivolo verso Torino. Smanioso, decido di non sottrarmi alla “sottrazione che ci fa sparire”. La sottrazione nel caso di Antò (mi concedo la confidenza tipica del seguitore di nicchia, non me ne voglia il singolo lettore) è come sempre quella del significato. La sua sconfitta definitiva ci attende, in prima nazionale nel corroso e già preventivamente terremotato Teatro Astra. Giusto il tempo di fare l’incontro con alcuni venditori, dichiaratamente occasionali e illegali di strumenti di piacere intimo dai colori sgargianti e puff siamo dentro. Uno stimatissimo Ormezzano, poche file dietro di noi, ci osserva tra due enormi basette anarchiche.

Dentro al nuovo universo rezziano, compaiono in assolvenza, per prime, le tipiche opere che compongono gli Habitat di Flavia Mastrella. Mentre si materializzano ho davanti a me la brochure di presentazione dello spettacolo e tra i due non posso fare a meno di scorgere un’assonanza meravigliosamente orientaleggiante. Dopo quest’ultimo barlume di senso, è tempo di annullarsi ed entrare, senza filtro, nel labirinto infernale delle “situazioni” di Antò, da anni oramai considerato (da se stesso e non solo) il miglior performer morente. La nuova produzione è fresca, esilarante e supera in quanto a raffinatezza e complessità tutte le altre precedenti. Rezza è in forma smagliante, per circa due ore ci rigira come spettatori allo spiedo senza mai risultare provocatorio per contratto. Persino la blasfemia e l’imprecazione trovano qui una collocazione che le rende eleganti e in perfetta armonia con le successive civiltà numeriche a confronto. Si esce con le solite considerazioni e incredulità circa l’ingiusta collocazione “underground” del Nostro. Per fortuna i problemi ce li facciamo solo noi. Prossimamente (si spera prima che affondi definitivamente del fango dei maiali) in giro per tutto lo stivale. Info su http://www.rezzamastrella.com




Tuesday, October 6, 2009

Napoli Napoli Napoli. A Venezia.




I bambini vanno sempre e solo percossi sul deretano perchè non si sa mai con quale forza verrà
inflitto il colpo e si rischia di far loro troppo male. Seduto sul posto n.001 del treno per Venezia, prendo lezioni di violenza educatrice da una signora anziana accanto a me. Davanti a noi, più o meno a metà carrozza, uno sciame di infanti urlanti tutti eccittati per la gita appena iniziata. Se non fosse per la signora mi unirei a loro tanta la smania di arrivare al Lido.

Mi aspetta la visione del nuovo film di Abel Ferrara, il fuori-concorso "Napoli Napoli Napoli", proiettato nel primo pomeriggio in Sala Grande. Di tutti i film in qualche modo cercati, questo fu l'unico per il quale riuscii a trovare i biglietti; rimasero fuori purtroppo "Il cattivo tenente" di Herzog (memorabile la sua risposta "Abel Ferrara? Non so chi sia"), il terzo Tetsuo the Bullet Man di Tsukamoto e 36 vues du Pic Saint-Loup di Rivette.

In una Sala Grande tutta color ambra e cuoio che non può non ricordarmi le mielose scenografie di Dune, apprendiamo, pochi istanti prima dell'inizio del film, che Mike Bongiorno è morto. Siamo probabilmente i primi della Sala a saperlo complice la dipendenza cronica da smartphone che contraddistingue il sottoscritto e il suo baldo accompagnatore. Lasciamo che si propaghi dalla prima fila, dove sediamo, al fondo della sala un'onda di passaparola e ci godiamo cinicamente lo spettacolo opposto allo schermo.

Mi piace andare al cinema lasciando che attorno al film si mantenga uno spesso velo di mistero. Non guardo mai i trailer, non leggo mai articoli o interviste inerenti una pellicola che ho scelto di vedere. Per questo ci tengo ad avvertire il lettore che, da qui in poi, farò alcuni cenni all'impianto narrativo del film.

Come è risaputo Ferrara è da qualche anno "d'istanza" nel nostro paese, complice un rapporto venutosi a creare con alcuni produttori italiani. Di questo ne faccio spesso (vista la carenza cronica ovviamente) un motivo di vanto sciovinistico esagerato con alcuni amici stranieri amanti del cinema coi quali mi capita di scambiare
riflessioni via internet.

Il film è il primo esperimento di Ferrara col documentario o meglio con la docu-fiction. Il risultato
è un incrocio tra un servizio di Annozero (a sua volta sempre molto e sempre più filmicizzati' e ibridati con la fiction...celebre la reinterpretazione attoriale della lettera di Veronica Lario al Corriere della Sera) e un esperimento di Herzog. Dove la prima parte è senza dubbio la più riuscita, complice soprattutto, il magnifico distacco di un'artista, sì straniero ma comunque originario di questo posti. Le parti più affascinanti sono soprattutto le interviste alle donne della Casa Circondariale di Pozzuoli. Valgono infatti molto di più i film raccontati e mai-girati (o meglio ancora girati ma dentro di noi) che escono dai loro
racconti che gli innesti "fiction" piuttosto posticci che Ferrara ha scritto per il film. A tratti anzi appaiono molto più filmiche e "fiction"le interviste reali, con quelle magnifiche lunghe pause che Ferrara ha tenuto in montaggio, che le storie di cruda violenza e tossicodipendenza presenti
nella parte narrativa. Paradossalmente troppo vere.

L'inferno è triplice e la scelta di Ferrara è di lasciarci come al solito senza speranze, increduli, inermi e imperfetti di fronte al Divino Sculacciatore.

Friday, October 2, 2009

Ronda bianca



Ma una Spagna esiste ancora?

Sfrecciavo sudato sull’autostrada tra Estepona e Marbella e mi ricordo come questo interrogativo mi tormentasse costantemente oramai da quasi una settimana. Assieme ad esso riverberava fra le mie tempie, quasi come un campione ripetuto ossessivamente su una base strumentale hip-hop, il famosissimo motivetto dei ‘peperoncini piccanti’ inerente la cali/fornicazione imperante sul pianeta durante il nostro secolo XXI (o era ancora il XX? Magari XXX eh?). Smanettare sul pomello dell’autoradio della mia Seat Ibiza presa a nolo non mi servì a molto, era la musica degli occhi che chiedeva di essere cambiata. La frequenza del mio sguardo era ormai da troppo tempo cristallizzata sulla vista di quegli sterminati complessi residenziali fantasma (abitati/acquistati solo per un quarto della loro capacità, mi raccontava l’amico inglese che andavo a trovare laggiù), costruzioni irreali, come calate dall’alto da una mano gigantesca. Di notte. Annoiato dalla continua ripetizione degli stessi centri commerciali, luoghi di ristoro, catene alberghiere, che a loop facevano capolino ad ogni uscita della carretera AP-7, optai per un gesto simbolico, una fuga pasoliniana, un atto di ribellione verso l’omologazione della Costa del Sol e svoltai senza una meta verso l’entroterra.

Erano le prime ore del pomeriggio, avrei proseguito fino al primo centro abitato di medie dimensioni e, a seconda del tempo di percorrenza richiesto, consumato o meno la cena in qualche taberna del luogo. Macinavo kilometri lasciandomi alle spalle sterminati campi da golf probabilmente lasciati deserti dal credit-crunch globale, aride colline perdute e come quinta un panorama tranciafiato che, complice un vento teso e detergente, mi permetteva di scorgere , come fosse lì ad attendermi pericolosamente dietro la prossima curva, il maestoso promontorio di Gibilterra (probabilmente il prodotto della Natura più misterioso visto durante tutto il soggiorno andaluso). Il primo cartello che incontrai mi indicava che stavo marciando verso la città di Ronda. Non avevo mappe, né dispositivi di navigazione satellitare con me, ero uscito solo per guardare un match di rugby in un pub irlandese del porto di Estepona.

Per una volta felice della mia disorganizzazione cronica, decisi di proseguire per i 44 kilometri che mi separavano da una città di cui ammetto, non conoscevo nulla se non, ovviamente la celebre automobile della Seat prodotta negli anni ottanta e che rappresentava la classica vettura-clone uscita dall’accordo con la Fiat. In questo caso l’alter-ego meccanico era la Ritmo. Intorno a me sempre meno. D’improvviso un cordone di motociclisti esaltatissimi discese la Sierra a velocità sostenuta, ammettiamolo la strada era di quelle invitanti. Con pieghe e accelerazioni ardite in un attimo si fecero puntini fluorescenti che scomparvero nel mio specchietto retrovisore. La radio mi abbandonò, il cellulare non ebbe più (s)campo, l’assenza di segnale si fece totale. Finalmente, integralmente, decalifornizzato. Aprii un finestrino nel molle vuoto elettromagnetico e feci gli onori di casa ad un etere insospettabilmente leggero e primordiale. Rischiando di sembrare bugiardo e narratore adulterante, decido di non omettere il racconto della visione che mi si mostrò al termine della discesa che mi proiettava direttamente nella vallata di Ronda.

Qual è il vero logo della Spagna odierna? Il classico simbolo nero disegnato sulle magliette-souvenir in vendita dovunque nella penisola iberica. Ebbene sì, dopo quasi un’ora in totale assenza di forme di vita, un placido e possente toro nero stava da solo in un campo recintato sul bordo della strada. Sembrava quasi mi stesse aspettando da ore. D’istinto pigiai forte i freni e scesi dalla macchina per scattare la più scontata e inflazionata delle foto possibili. Il pio bove era ancora lì, immobile. Rovistai nella borsa, finalmente trovai la camera e … click. Nell’esatto istante dello scatto la bestia decise di voltarsi e di spostarsi verso l’interno del campo. Non si voltò mai più, comunicandomi così tutta la sua pena nei confronti miei e del mio sguardo artistico così poco originale. Tornando in auto rassegnato ma con l’animo di chi ha imparato la lezione, mi accorsi che laggiù davanti a me come una goccia di latte istillata in un oceano di caffè caldo giaceva Ronda. Anch’essa, proprio come come la suddetta lacrima bianca tende a fare nelle tazze di tutti i giorni, è in evidente ed inesorabile espansione, urbanistica. Certo una propagazione decisamente più accettabile rispetto alle follie cementizie già citate, ma pur sempre “ipocrita” nel suo svolgersi attraverso i soliti castelli di Lego finto-graziosi appoggiati dalle solite mani ciclopiche nella più totale oscurità del gusto. Con abile padronanza del freno a motore penetrai come un coltello nel burro del centro storico ma lo lambii appena, decisi infatti di godermi qualche altra vista della cittadina da fuori prima che il tramonto facesse capolino. Mi appollaiai su di una radura in periferia in compagnia delle carezze di una brezza tiepida e secca. Per qualche minuto decisi di lasciare che l’immagine di Ronda s’imprimesse sulla parte esterna delle mie palpebre nel mezzo di una gelatinosa bolla di beatitudine.

Mano nella mano con un cielo virato seppia, procedetti di nuovo verso il cuore di una cittadina che nascondeva un segreto che ancora non conoscevo. Viali puliti, quartieri popolari non impopolari, villette tele-sorvegliate e segnaletica nuova e funzionale; la prima impressione fu quella di un mezzogiorno d’Italia potenziale, impoverito cioè della malavita organizzata. Liberatomi di Ibiza, mi incamminai. Ansioso di proseguire, sentii come una forza muta che mi spingeva, un vigore inspiegabile che non mi faceva sentire le stilettate di un’arietta che si faceva sempre più pimpante. La Dama Bianca cominciò a svestirsi e mi mostrò dapprima un parco che da fuori sembrava uno come tanti ma che, sempre grazie al moto irrazionale, percorsi fino alla sua estremità. Prima di giungere sul fondo rimasi quasi pietrificato dagli echi di decenni ormai spenti. Per fortuna la profondità del set che mi si presentò di fronte al termine del giardino fu talmente assoluta da far sembrare irrisorio il precipizio che andavo scavando dentro di me. Assoluta quanto (o proprio grazie al fatto di essere) inaspettata.

Arrivando a Ronda da Marbella non si può immaginare che dall’altra parte della città inizi una valle ancora più bassa tale da porre Ronda in cima ad una sorta di barriera naturale, ipotizzo, funzionale, nei secoli scorsi, agli avvistamenti di nemici provenienti da Nord. Sotto di me dunque una muraglia alta centinaia di metri mi separava da infiniti campi sorprendentemente ben coltivati, punteggiati qua e là da cascinotti e gruppi di turisti a cavallo. Al termine della sterminata pianura la chiazza dilatata e arancione di un sole oramai prossimo alla dipartita. Convinto di aver compreso cos’era che mi stava attraendo così potentemente e con la baldanza di chi ha appena smascherato un mostro misterioso proseguii verso il centro passando in mezzo a strani e inspiegabili assembramenti di persone palesemente in attesa di qualche cosa. Sì ma cosa? Non poteva essere un matrimonio, i capannelli erano troppo distanti fra loro e gli uomini non avevano la cravatta. In fondo alla strada intravvedo un ponticello che porta ad un’altra zona della città. Un ponte anonimo che avvicino a falcate sempre più ampie per contrastare il freddo fattosi oramai quasi insopportabile. Una volta su di esso, sgrano gli occhi e smetto di respirare. Mi accorgo di essere in cima ad un’interminabile gola di cui non vedo la fine. Letteralmente non riesco a vedere la fine.

Non posso dirmi un viaggiatore di lungo corso, ma nel mio piccolo ho girato molto in tutta Europa (tre interrail e svariate gite, lavorative e di svago), goduto di ampie scorpacciate di Stati Uniti e di sporadiche visite nei continenti restanti, tutti tranne l’Oceania. Mai mi era occorsa una vertigine tanto conturbante. Ecco il vero segreto che custodiva la Dama sotto il suo vestito lattescente. Un immenso taglio, invisibile da qualsiasi angolazione, che improvvisamente scompone in due la città. Un abisso oserei dire, vaginale, sul fondo del quale ipotizzo scorra un corso d’acqua impossibile da vedere da quanto è sprofondato. Sulle pendici dell’interminabile canyon, vegetazione di ogni tipo e squarci dai quali fuoriuscivano fiotti d’acqua azzurrina che pagheresti oro per poterla bere.

Le case di Ronda viste da qui mi ricordarono le zolle di zucchero che stanno in cima a un gigantesco panettone mandorlato tagliato a metà. Sarà per la metafora culinaria che mi girava per la testa ma di lì a poco iniziai ad essere bramoso di cibo. Mentre proseguivo il cammino verso l’altra metà della città giurai a me stesso che non avrei mai più usato la funzione “Panoramio” di Google Maps, che non avrei più comprato guide turistiche illustrate e infine che non avrei più partecipato a quelle cene di settembre in cui gli amici ti mostrano le foto (se sei fortunato) o i video (se lo sei meno) delle vacanze appena trascorse. La potenza del sussulto che provai su quel ponte mi cambiò per sempre. Chiudo velocemente, dando poco spazio a quello che mi accadde nel prosieguo della serata per non rendere queste parole ulteriormente retoriche e inverosimili.

Nell’altra fetta del mandorlato mi attendeva ferma ma scaldante i suoi motori, un’incantevole processione religiosa composta da, in successione: due dozzine di ballerine di flamenco in abiti bianchi a pois verdi, una ventina di adolescenti sbandieranti, il sindaco di Ronda gridante e incitante, una decina di donne che sorreggeva una Madonna scintillante (l’oggetto degli incitazioni del sindaco scampanante), svariate coppie danzanti in abiti scuri, una gruppo di chitarriste (sì solo donne) dai capelli lunghi e neri e infine una banda composta da ragazzini seri e non emozionati. Ecco cosa aspettavano quelle persone all’inizio del paese. Intorno una non-folla tranquilla e fotografante che faceva sembrare il tutto quasi più una festa privata che una sagra. Ero probabilmente l’unico forestiero, infatti a un certo punto smisi di seguire il corteo tanto mi sentivo di troppo. Tra i boati dei fuochi artificiali, mi ritirai in una locanda per il quotidiano rifornimento di boquerones e jamon iberico di Bellota, circondato anche qui da infanti tutti in vestiti tradizionali che, nell’incuranza totale di genitori alticci, mi stuzzicarono per circa mezzora colpendomi la schiena con le loro bandierine di Ronda agitate alla maniera delle majorettes.

Due giorni dopo sull’aereo che mi riportava a Milano, verso ronde molte più scure purtroppo, una donna seduta accanto a me teneva in mano una copia della Routard dedicata all’Andalusia. Sulla copertina, ovviamente, tante zolle di zucchero.