Tuesday, October 6, 2009

Napoli Napoli Napoli. A Venezia.




I bambini vanno sempre e solo percossi sul deretano perchè non si sa mai con quale forza verrà
inflitto il colpo e si rischia di far loro troppo male. Seduto sul posto n.001 del treno per Venezia, prendo lezioni di violenza educatrice da una signora anziana accanto a me. Davanti a noi, più o meno a metà carrozza, uno sciame di infanti urlanti tutti eccittati per la gita appena iniziata. Se non fosse per la signora mi unirei a loro tanta la smania di arrivare al Lido.

Mi aspetta la visione del nuovo film di Abel Ferrara, il fuori-concorso "Napoli Napoli Napoli", proiettato nel primo pomeriggio in Sala Grande. Di tutti i film in qualche modo cercati, questo fu l'unico per il quale riuscii a trovare i biglietti; rimasero fuori purtroppo "Il cattivo tenente" di Herzog (memorabile la sua risposta "Abel Ferrara? Non so chi sia"), il terzo Tetsuo the Bullet Man di Tsukamoto e 36 vues du Pic Saint-Loup di Rivette.

In una Sala Grande tutta color ambra e cuoio che non può non ricordarmi le mielose scenografie di Dune, apprendiamo, pochi istanti prima dell'inizio del film, che Mike Bongiorno è morto. Siamo probabilmente i primi della Sala a saperlo complice la dipendenza cronica da smartphone che contraddistingue il sottoscritto e il suo baldo accompagnatore. Lasciamo che si propaghi dalla prima fila, dove sediamo, al fondo della sala un'onda di passaparola e ci godiamo cinicamente lo spettacolo opposto allo schermo.

Mi piace andare al cinema lasciando che attorno al film si mantenga uno spesso velo di mistero. Non guardo mai i trailer, non leggo mai articoli o interviste inerenti una pellicola che ho scelto di vedere. Per questo ci tengo ad avvertire il lettore che, da qui in poi, farò alcuni cenni all'impianto narrativo del film.

Come è risaputo Ferrara è da qualche anno "d'istanza" nel nostro paese, complice un rapporto venutosi a creare con alcuni produttori italiani. Di questo ne faccio spesso (vista la carenza cronica ovviamente) un motivo di vanto sciovinistico esagerato con alcuni amici stranieri amanti del cinema coi quali mi capita di scambiare
riflessioni via internet.

Il film è il primo esperimento di Ferrara col documentario o meglio con la docu-fiction. Il risultato
è un incrocio tra un servizio di Annozero (a sua volta sempre molto e sempre più filmicizzati' e ibridati con la fiction...celebre la reinterpretazione attoriale della lettera di Veronica Lario al Corriere della Sera) e un esperimento di Herzog. Dove la prima parte è senza dubbio la più riuscita, complice soprattutto, il magnifico distacco di un'artista, sì straniero ma comunque originario di questo posti. Le parti più affascinanti sono soprattutto le interviste alle donne della Casa Circondariale di Pozzuoli. Valgono infatti molto di più i film raccontati e mai-girati (o meglio ancora girati ma dentro di noi) che escono dai loro
racconti che gli innesti "fiction" piuttosto posticci che Ferrara ha scritto per il film. A tratti anzi appaiono molto più filmiche e "fiction"le interviste reali, con quelle magnifiche lunghe pause che Ferrara ha tenuto in montaggio, che le storie di cruda violenza e tossicodipendenza presenti
nella parte narrativa. Paradossalmente troppo vere.

L'inferno è triplice e la scelta di Ferrara è di lasciarci come al solito senza speranze, increduli, inermi e imperfetti di fronte al Divino Sculacciatore.

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